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domenica 14 dicembre 2025

Cristo Re: per un approccio costruttivo!

Vi proponiamo – in nostra traduzione – la lettera 1315 pubblicata da Paix Liturgique il 13 dicembre, in cui si riporta l’articolo di Rémi Fontaine pubblicato l’11 dicembre sul blog Le Salon Beige (QUI).
Il cofondatore del Pèlerinage de Pentecôte (da Parigi a Chartres), prendendo spunto da un recente saggio di don Jean-Pierre Gac, fondatore della Fraternité Saint Thomas Becket, sviluppa una approfondita ed articolata analisi sulla regalità sociale di Cristo, alla luce della dottrina e della tradizione cattoliche.

Lorenzo V.


Felice iniziativa quella di questa piccola brochure di don Jean-Pierre Gac della Fraternité Saint Thomas Becket, realizzata in occasione del centenario della lettera enciclica Quas primas sulla regalità di Cristo (11 dicembre 1925) su La royauté sociale de Notre Seigneur Jésus-Christ [La regalità sociale di nostro Signore Gesù Cristo: N.d.T.]¹. Grazie alla raccolta di numerose citazioni pertinenti e alla disposizione ponderata dei temi trattati, non è solo un vademecum pedagogico su questa questione piuttosto controversa dal Concilio Vaticano II, ma anche, precisamente, un tentativo di conciliazione, come indica chiaramente il sottotitolo: Pour une approche constructive [Per un approccio costruttivo: N.d.T.].

La lettera enciclica Quas primas precisa in particolare:

gli uomini, uniti in società, non sono meno sotto la potestà di Cristo di quello che lo siano gli uomini singoli.

Padre Roger Thomas Calmel O.P. aveva già osservato che «non meno» non significa «allo stesso modo». Alcuni personalisti riduzionisti fingono oggi di non capirlo, sospettando che i difensori di Papa Pio XI siano zeloti o teocrati, confondendo l’ordine spirituale con quello temporale. Tuttavia, i buoni lettori della lettera enciclica Quas primas (che sanno «decontestualizzarla» dal suo tempo il più possibile senza cadere nello storicismo) non negano affatto che il Regno di Cristo sia un regno escatologico – «Il mio regno non è di questo mondo» [Gv 18,36: N.d.T.] – che, per fede, speranza e carità, per grazia, inizia tuttavia già in questo mondo, prima di tutto e liberamente in ciascuno di noi, come ha eccellentemente predicato sant’Agostino.

Nulla quindi che si opponga a una sana concezione della vera libertà religiosa che restituisce al foro interno il rispetto che gli è dovuto. Ma nulla si oppone nemmeno al fatto che questo Regno personale, spirituale e interiore risplenda anche socialmente attraverso la mediazione, in particolare, della legge naturale sublimata dalla legge dell’amore delle beatitudini, dando al foro esterno un riflesso adeguato come trampolino collettivo (per quanto irregolare possa essere) verso questo Regno escatologico. Uno spazio e un tempo «materia di grazia», letto di campeggio temporale, come scriveva Charles Péguy. «Il Regno di Dio non è una norma dell’azione politica, ma una regola morale di tale azione», spiegava in altro modo il card. Joseph Aloisius Ratzinger [Eschatologie, Tod und ewiges Leben, 1977; Escatologia: Morte e vita eterna: N.d.T.]. Nulla sfugge alla mediazione di questo trampolino politico architettonicamente indipendente, ma che tutto supera in morale religiosa, come la misericordia nei confronti della giustizia. La regalità universale di Cristo è ciò che in filosofia si chiama un concetto analogico: come l’essere, si esprime in modi diversi, non in modo univoco. È escatologica, cosmogonica, spirituale e soprannaturale, temporale e sociale… Nulla sfugge a questa regalità, come indica la sua festa liturgica che rimanda all’Epifania.

Se esclude ogni messianismo o millenarismo temporale, nonché ogni teocrazia giustamente condannata dalla Chiesa, la regalità sociale di Cristo non impedisce tuttavia, al contrario, la possibile confessionalità dei corpi intermedi. «Persone trasformate collaborano efficacemente a trasformare la società» (san Giovanni Paolo II a Saragozza, 10 ottobre 1984) [QUI: N.d.T.]. E una società trasformata coopera efficacemente alla conversione delle persone: «Dalla forma data alla società, consona o no alle leggi divine, dipende e s’insinua anche il bene o il male nelle anime» (venerabile Papa Pio XII) [QUI: N.d.T.]. È la parabola evangelica del terreno e del seme estesa alla società. I santi sono più rari nelle «strutture del peccato» che in una cultura cristiana! Esiste quindi un ordine reciproco a diversi livelli (morale e politico, spirituale e temporale, soprannaturale e naturale) che occorre distinguere bene per non confonderli, ma piuttosto per associarli meglio. Si può immaginare che diversi discepoli di Gesù riuniti nel suo Nome per un bene comune temporale particolare possano non confessarlo pubblicamente in questo ordine temporale con la motivazione che bisogna rendere esclusivamente a Cesare repubblicano ciò che è di Cesare senza che egli stesso renda a Dio ciò che è di Dio? È la trappola, in particolare, della scuola in appalto che oggi costringe una cosiddetta Istruzione cattolica ad essere «cattolica aconfessionale», come un vero e proprio quadrato rotondo, una contraddizione in termini. Il laicismo ideologico del comunismo non spinge forse questa logica liberticida fino a proibire a Dio di entrare nelle nostre famiglie?

Per una sana e legittima laicità dello Stato mai neutrale

Se bisogna che Gesù regni (1Cor 15, 25) nei nostri cuori, Egli potrà e dovrà anche regnare liberamente, ma in altro modo, nelle nostre famiglie e nelle altre società civili (scuole, comunità e imprese varie…), fino allo Stato stesso. Tanto più che, in senso stretto, non esiste uno Stato aconfessionale. Tra il culto dell’uomo e il culto di Dio, ogni Stato è in verità confessionale, sia che confonda i due ordini spirituale e temporale (teocrazie dell’antichità o di tipo musulmano), sia che subordini lo spirituale al temporale (Stati laici o atei), sia che subordini il temporale allo spirituale (Stati cristiani). La «peste» del laicismo è un inganno moderno che pretende di separare i due ordini, ma in realtà li confonde in una nuova teocrazia al contrario: «Bisogna rendere a Cesare ciò che è di Cesare e tutto è di Cesare» (Georges Clemenceau). È la religione dello Stato, dell’uomo che si fa Dio².

Papa Benedetto XVI lo ha ricordato con forza nel suo discorso al Bundestag (22 settembre 2011) [QUI: N.d.T.]:

Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione.

Esso rimanda solo alla natura e alla ragione, quindi alla legge naturale, come «vere fonti del diritto». Non esiste una «sharia cristiana», come dice don Christian Gouyaud. Né di «DUSD»: di una dichiarazione (cristiana) dei diritti umani senza Dio! La libertà religiosa per tutti non è senza dubbio mai applicata nel modo migliore o meno peggiore che in uno Stato autenticamente e confessionalmente cristiano, in cui la religione non è sorda alla ragione né la ragione sorda alla religione. Thibaud Collin precisa bene questa specificità proclamata da Papa Benedetto XVI (L’Appello di Chartres del novembre 2025) [QUI: N.d.T.]:

Comprendiamo così che una delle modalità essenziali del regno di Cristo sulla società è il rispetto della legge naturale da parte del governo, del legislatore e del popolo. Che ne è di una società che rifiuta esplicitamente di rendere culto pubblico a Dio, e quindi di riconoscerlo come fondamento ultimo di ogni autorità sociale e politica? Questa società si taglia fuori dalla sua fonte e precipita inevitabilmente nell’ingiustizia sistemica e nel disordine.

La dottrina di Cristo Re, rispettosa della libertà umana, non impone nulla né alla coscienza personale né alle società che conservano il loro diritto a una certa immunità dalla coercizione. La Chiesa riconosce l’autonomia, la consistenza propria della sfera civile e politica (che non è esattamente l’ordine morale e ancor meno l’ordine escatologico) rispetto alla sfera religiosa. Ma, con la filosofia realista perenne, afferma:
  1. che questa autonomia non esime la politica dalla sottomissione a una legge naturale (morale) che le è superiore e che non può né modificare né ignorare. In virtù del mandato soprannaturale conferitole da Cristo Redentore, la Chiesa chiede anche a questo potere politico;
  2. che riconosca questa sottomissione naturale che essa autentica, illumina o conferma e che le lasci la libertà di esercitare il suo potere spirituale all’interno della città, senza ostilità, in un’unione, se possibile, di intenti e cooperazione che possa arrivare fino alla forma di uno Stato confessionale. In eco alla «salvezza delle nazioni» di cui parla la Scrittura, è metaforicamente il «battesimo delle nazioni» lodato da San Giovanni Paolo II. Quando la grande maggioranza dei cittadini e delle loro autorità diventano cristiani in un’unità di ordine che non è, ovviamente, quella di un tutto sostanziale, ma di un tutto accidentale (come si dice in metafisica): unità feconda di una nazione che è salutare preservare il più possibile, esortava il San Giovanni Paolo II.

Come riassume Jean Madiran nel suo capolavoro La laïcité dans l’Église [La laicità nella Chiesa: N.d.T.]:

In tempi di grande penuria, la Chiesa si accontenterà del minimo: un potere temporale che rispetti almeno la legge (morale) naturale, senza tralasciare ciò che, nei primi tre comandamenti del Decalogo, rientra nella retta ragione […]. Senza questo minimo da parte dello Stato, – e se il clero e i laici cattolici non si accordano per costituire, al margine del potere politico di fatto, un potere temporale del laicato cristiano, – la Chiesa non ha altra possibilità che diventare poco a poco una Chiesa del silenzio o una Chiesa dei martiri.

Ai politici cristiani eletti della Val de Marne, Papa Leone XIV, pur avallando implicitamente questo insegnamento, non ha fatto altro che incoraggiarli in qualche modo a esercitare coraggiosamente il proprio potere di eletti battezzati in assenza di questo «minimo vitale» da parte dello Stato [QUI: N.d.T.]:

non c’è da una parte l’uomo politico e dall’altra il cristiano. Ma c’è l’uomo politico che, sotto lo sguardo di Dio e della sua coscienza, vive cristianamente i propri impegni e le proprie responsabilità!
Siete dunque chiamati a rafforzarvi nella fede, ad approfondire la dottrina — in particolare la dottrina sociale — che Gesù ha insegnato al mondo, e a metterla in pratica nell’esercizio delle vostre funzioni e nella stesura delle leggi. I suoi fondamenti sono sostanzialmente in sintonia con la natura umana, la legge naturale che tutti possono riconoscere, anche i non cristiani, persino i non credenti. Non bisogna quindi temere di proporla e di difenderla con convinzione: è una dottrina di salvezza che mira al bene di ogni essere umano, all’edificazione di società pacifiche, armoniose, prospere e riconciliate.
Sono ben consapevole che l’impegno apertamente cristiano di un responsabile pubblico non è facile, in particolare in certe società occidentali in cui Cristo e la sua Chiesa sono emarginati, spesso ignorati, a volte ridicolizzati. Non ignoro neppure le pressioni, le direttive di partito, le «colonizzazioni ideologiche» — per riprendere una felice espressione di Papa Francesco —, a cui gli uomini politici sono sottoposti. Devono avere coraggio: il coraggio di dire a volte «no, non posso!», quando è in gioco la verità. Anche qui, solo l’unione con Gesù — Gesù crocifisso! — vi darà questo coraggio di soffrire in suo nome. Lo ha detto ai suoi discepoli: «Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!» (Gv 16, 33).

Contro una laicità malsana e illegittima della Chiesa

Anche se l’ideale di uno Stato confessionalmente cattolico appare oggi ragionevolmente irrealizzabile, per non dire irrealistico, e se è opportuno e giudizioso – ma anche sempre più inascoltato, purtroppo – insistere sulla mediazione della legge naturale, non si spiega perché si dovrebbe rinunciare al suo principio e alla sua possibilità teorica un tempo difesi dalla Chiesa. Non essendo realmente incompetente in materia morale, perché lo Stato, incapace di essere «neutrale» filosoficamente quanto la scuola pubblica, non potrebbe avere una certa competenza (certamente relativa) in materia religiosa nel rispetto della distinzione degli ordini e dei poteri, il «minore» politico (secondo il suo rango inferiore di fine intermedio) essendo ordinato e dovendo contribuire al «maggiore» morale e religioso (portatore di senso ultimo come fine ultimo)? A cominciare (negativamente) da un rifiuto autorizzato dell’ateismo confessionale di Stato, storicamente e oggettivamente totalitario (peste nera del nazismo o peste rossa del comunismo)? Ma anche, perché no, dal rifiuto giustificato di quell’altro totalitarismo subdolo che è la dittatura del relativismo con il suo trattamento statale indifferenziato delle religioni ugualmente rispettate o disprezzate? Lo Stato (presumibilmente) incompetente in materia religiosa lo diventa fatalmente in materia di morale. Quando Dio, che è il fondamento della morale, diventa facoltativo in politica, la morale finisce per non essere più vincolante, e l’uomo (lo Stato) si dà la propria legge «come gli dei» (cfr. Genesi), come si può constatare oggi con l’aborto, l’eutanasia, il transumanesimo…

Il fatto che questo discorso sulla regalità sociale di Cristo non sia più ascoltato oggi come dovrebbe, dopo secoli rivoluzionari di laicismo, individualismo e liberalismo (e quindi di scristianizzazione), non impedisce che sia vero, fondato sul magistero della Chiesa. Nella sua incisiva coerenza, dovrebbe essere percepito da alcuni dei nostri Vescovi, nei confronti di coloro che lo mantengono fedelmente, in modo diverso da una caricatura troppo comoda (mons. Éric Marie de Moulins d’Amieu de Beaufort, Arcivescovo metropolita di Reims, al tempo Presidente della Conférence des évêques de France) [QUI: N.d.T.]:

Continuando a nutrire la nostalgia di uno Stato cattolico, perdiamo la nostra energia per l’evangelizzazione.

In quanto laici incaricati del temporale, non abbiamo aspettato questi ecclesiastici per sapere che i poteri pubblici, come dice Denis Sureau, non possono funzionare senza una minima adesione dei cittadini, senza un certo consenso sociale (che non è necessariamente sinonimo di elezione):

Impadronirsi delle redini del potere per proclamare ex abrupto la regalità sociale di Nostro Signore Gesù Cristo è una chimera per nostalgici tagliati fuori dalla vita concreta della società civile. Ci sono voluti diversi secoli lunghi e dolorosi perché l’Impero romano diventasse cristiano, con la conversione di Costantino. La Chiesa primitiva ha saputo, con pazienza, realismo ed eroismo, attendere il momento scelto da Dio.

Seguendo l’esempio di questi primi Cristiani, crediamo fermamente nella virtù delle «minoranze creative» (Papa Benedetto XVI). E questo anche perché aderiamo alla «sana e legittima laicità dello Stato» (venerabile Papa Pio XII) [QUI: N.d.T.] secondo il Vangelo «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» [Mt 22,21; Mc 12,17; Lc 20,25: N.d.T.], che, per rispettare la seconda parte di questo insegnamento di Cristo, rifiutiamo di passare a una malsana e illegittima laicità della Chiesa. Quando, con il pretesto dell’aggiornamento e della cattiva interpretazione della libertà religiosa, il nostro Cattolicesimo diventa sempre meno confessionale, sacrificandosi un po’ troppo agli idoli progressisti, secolaristi e messianici del tempo, perdendo così la sua energia per la nuova evangelizzazione, omettendo troppo spesso di parlare di redenzione, di vita eterna, di salvezza delle anime, di speranza di salvezza. «Chiesa per omissione» (paradossalmente troppo politicizzata o secolarizzata) «perché solo la Chiesa detiene le parole e i sacramenti [di questa salvezza], contrariamente a quanto insinua o proclama il Pantheon laicista», come afferma ancora Jean Madiran:

E se attualmente non è possibile – infatti! – che un tale linguaggio sia ammesso nella scuola pubblica né in televisione, almeno vorremmo che continuasse a farsi sentire nelle chiese e nei monasteri, nelle scuole libere e nei circoli di studio, nello scoutismo e nelle altre associazioni cattoliche.

¡Viva Christo Rey!

Note:

¹ Da ordinare: Fraternité Saint Thomas Becket - 18, rue Gustave Marc - 41150 Onzain. 6 euro + 3 euro di spese di spedizione.

² Cfr. Rémi Fontaine, La Laïcité dans tous ses débats (christianisme et laïcisme en dix cas d’école), Les éditions de Paris, 2004.