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domenica 18 dicembre 2016

E' Natale e a Natale si può fare di più... Si! Rispettare finalmente la Liturgia!

Su un "social" circola la foto del repertorio dei "Canti per la Liturgia" di una parrocchia che non ci è dato sapere  quale e dove sia  ma quante altre parrocchie faranno altrettanto?
Il canto n.ro 2 ( A Natale puoi ) è in realtà la sigla di uno spot usato per la pubblicità di una nota marca di panettoni e pandori.
Il Parroco  e i responsabili della musica liturgica (sic!) di quella comunità  hanno ritenuto che una canzonetta pubblicitaria fosse "adatta" a comparire nella raccolta dei "canti per la liturgia" per le Messe del tempo natalizio nell'anno del Signore 2016/17.
Non intendiamo commentare ulteriormente questo ripugnante ed umiliante episodio: ci spezza il cuore constatare che UMANAMENTE la situazione attuale della Chiesa e della Liturgia non concede   spazio alla speranza per il futuro!
"È mia impressione che la situazione peggiorerà. 
A volte le cose devono arrivare fino in fondo e allora vedrete il collasso di questo

domenica 11 dicembre 2016

Cremona: un prete avrebbe vietato il presepio "per motivi politici"? Reagisce l'ex cappellano "Siamo, almeno per ora, in Italia, non in Arabia Saudita"

E mo' se ricomincia ??? Esclamerebbero, scocciati, gli amici romani...
Eh si !!! In prossimità del Santo Natale "se ricomincia" con le   "notizie" ( tra virgolette) dei  preti intellettualoidi "alla moda" che vorrebbero proibire l'allestimento del Presepio per rispetto delle altrui culture...
Come se  le sacre funzioni natalizie fossero frequentate in chiesa dagli islamici e dagli induisti... 
Nel caso descritto dai due articoli, sotto riportati, il condizionale è però  d'obbligo.  
"Il Messaggero" scrive che  la "notizia" del Cappellano del Cimitero di Cremona che si sarebbe rifiutato di allestire il Presepe spinto 'dal rispetto verso altre religioni e dalla volontà di non entrare in dinamiche politiche'  sarebbe in realtà una "bufala".
Il "Corriere della Sera" fornisce invece una più dettagliata spiegazione  fornendo anche la reazione di Don Oreste Mori , ex cappellano del Cimitero
Bella e condivisibile la battuta finale di Don Oreste: «Non voglio sentire cose del genere. Il presepio piaceva ai cremonesi, cattolici e non cattolici vi si erano affezionati. Non possiamo rinunciare alla nostra cultura e alle nostre tradizioni, sarebbe una debolezza imperdonabile. Siamo, almeno per ora, in Italia, non in Arabia Saudita» ( QUI ).
Quel che conta è che il  Presepio è già in allestimento.
Comunque siano andate le cose noi continuiamo a scrivere Presepio con la P maiuscola perchè si tratta di una cosa sacra:  le statuine vengono abitualmente benedette prima di essere esposte e quella del Bambinello  riceve una speciale benedizione nell'ultima domenica di Avvento di sovente alla fine della Messa parrocchiale.
Il Presepe come immagine (icona) era già presente nel IV secolo, mentre San Francesco a Greccio ideò il primo Presepio "vivente". 
Comunque esso rappresenta in modo plastico la nostra fede nell'Incarnazione. 
Nasconderla o negarla per un "rispetto" (???) è negare la propria Fede.
A quei Sacerdoti "alla moda" che al tepore dei termosifoni snobbano ideologicamente gli allestimenti dei Presepi contrapponiamo la luminosa testimonianza dei 15 cittadini terremotati (sfollati) che a Tolentino hanno realizzato un Presepe che ha come sfondo le immagini delle chiese/simbolo della città che sono state danneggiate dalle scosse telluriche che sembrano non aver fine. ( QUI )
"Caro parroco -ha scritto una Fedele-  il rispetto si dimostra in altre maniere non rinunciando al Presepe : io credo fermamente che Gesù è nato per noi e con questo amo tutti e rispetto tutti e faccio il Presepe".
AC

Notizia 1)  

Cremona, il parroco rinuncia al presepe «per rispetto di islamici e induisti». 
Ma lui smentisce 


Il presepe al cimitero di Cremona si farà, come tutti gli anni, ma non sarà il parroco a prepararlo. 
La decisione è stata presa dopo il clamore che ha suscitato il presunto rifiuto del cappellano don Sante Braggiè di allestire la Natività. 
Il suo 'no', si è detto, è motivato 'dal rispetto verso altre religioni e dalla volontà di non entrare in dinamiche politiche'. 

domenica 6 novembre 2016

Volete libero Cavalcoli o Barabba?

di Mons. Benigno Umberti


- Mamma mia! Che cosa avrà mai combinato quel povero frate? - mi son detto, di fronte al crucifige mediatico che colpito il carissimo Padre Cavalcoli: l'hanno dipinto quale l'Hannibal della teologia, il nuovo Ario, il nuovo Macedonio, il nuovo Nestorio, il nuovo Lutero (pardon, oggi sarebbe un elogio, tipo "sei santo come Lutero e Pannella"), il Pacciani dei predicatori, il mostro di Varazze (la sede del convento dove padre Giovanni vive).

giovedì 29 ottobre 2015

Cavalcoli e la new wave ecclesiale


  
Anche qualche teologo con idee, una volta, sensate può dire enormi scempiaggini.
Anche se si fa fotografare con la foto di p. Tomas Tyn...
Ecco come La Bussola Quotidiana corregge e replica a p. Cavalcoli.
 

Da La Nuova Bussola Quotidiana

Riccardo Barile

Dieci giorni fa Vatican Insider, il sito di informazione religiosa a cura di Andrea Tornielli pubblicava un’intervista al teologo domenicano nonché docente emerito padre Giovanni Cavalcoli e la stessa intervista è stata ripresentata - con tagli ma anche con elementi nuovi - su Avvenire di sabato 24 ottobre alla vigilia della conclusione del Sinodo. I due testi contengono affermazioni abbastanza forti - di aperture, di metodo, di valutazione - che potrebbero essere esaminate alla luce del recentissimo documento sinodale. Preferisco invece valutare alcuni contenuti che sono un modo di impostare le questioni, destinato a durare nel dopo Sinodo.
1) «Per un cattolico è assolutamente impensabile che un Sinodo sotto la presidenza del Papa possa compiere un attentato alla sostanza di qualunque sacramento» (nel nostro caso del Matrimonio e dell’Eucaristia concedendo la comunione ai divorziati risposati). No, è pensabile perché il Sinodo non è infallibile: deve solo dare consigli al Papa. D’altra parte ci furono oscillazioni dottrinali nei papi Liberio († 366), Onorio I († 638), Giovanni XXII († 1334), peraltro rientrate presto attraverso il successivo Magistero della Chiesa, che è la «casa di Dio, colonna e sostegno della verità» (1Tm 3,15). Certo, il presupposto è che ciò capiti rarissimamente - di fatto con il Sinodo non è capitato! -, ma non è “assolutamente impensabile”.
2). «La disciplina dei sacramenti è un potere legislativo che Cristo ha affidato alla Chiesa» per cui «il concedere o non concedere la comunione entra nel potere della pastorale della Chiesa e nelle norme della liturgia». Dunque se «la Chiesa non può mutare la legge divina che istituisce e regola la sostanza dei sacramenti, può mutare le leggi da lei emanate», nel nostro caso «l’attuale regolamento sui divorziati risposati». Naturalmente bisognerà spiegare a tanti poveretti e poverette che per secoli e con sacrificio e sino a oggi hanno obbedito a queste norme, che si è trattato solo di determinazioni transitorie, le quali ora cambiano. Cioè bisognerà prenderli in giro. Ma per fortuna non è così. Infatti, se è vero che vi sono nei sacramenti determinazioni di consuetudine ecclesiastica di per sé modificabili, il Magistero soprattutto recente ha legato la norma della non comunione ai divorziati alla “sostanza” del sacramento.
Seguendo il n. 84 della Familiaris consortio (22.11.1981) di Giovanni Paolo II, l’esortazione postsinodale Sacramentum caritatis (22.2.2007) ha confermato che la prassi di non ammettere alla comunione i conviventi e i divorziati risposati praticanti una attiva vita sessuale è «fondata sulla Sacra Scrittura (cf Mc 10,2.12)» e motivata dal fatto che «il vincolo coniugale è intrinsecamente connesso all’unità eucaristica tra Cristo sposo e la Chiesa sposa (cf Ef 5,31-32)», per cui la condizione dei divorziati risposati contraddice oggettivamente «quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nel’Eucaristia» (nn. 27, 29). Dunque, dato il fondamento nella Scrittura e data la motivazione simbolica determinante, come si fa a parlare di una legge solo ecclesiastica e liturgica modificabile? E poi, se si trattasse solo di una legge ecclesiastica, perché fermarsi ai divorziati risposati? Perché non ammettere all’Eucaristia ortodossi e protestanti? Sarebbe un bel modo di accelerare l’ecumenismo, tanto che, avendo raggiunto il suo traguardo, non avrebbe più ragione di essere, a meno che... a loro volta siano gli ortodossi a non ammettere alla comunione questa razza di cattolici!
3) «Non esistono “condizioni peccaminose”, perché il peccato è un atto, non è una condizione, né è uno stato permanente». Certo il peccato è un atto e non si prolunga indefinitamente nel tempo - per fortuna! -; esiste però un «comportamento esterno gravemente, manifestamente e “stabilmente” contrario alla norma morale» di fronte al quale la Chiesa «non può non sentirsi chiamata in causa» interdicendo la partecipazione ai sacramenti (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia /17.4.2003/, n. 37; cf anche Can. 915). Così è per le persone delle quali si parla, ovviamente senza con ciò escluderle dalla partecipazione alla vita della Chiesa, anzi. Ma il nostro teologo sembra ignorare questa dimensione.
4) Un’annotazione sulla coscienza raschia però il fondo del barile: «Spesso mi vengono a trovare persone divorziate e risposate. La richiesta è sempre la stessa: perché non posso fare la comunione? Allora io invito questi fedeli a guardarsi dentro, a verificare la serenità della propria coscienza. Se in buona fede avvertono di essere in pace con se stesse, con le persone a cui vogliono bene e con Dio, dico loro di stare tranquille: hanno raggiunto, anche senza sacramenti, lo stato di grazia. Questo è un mistero bellissimo». Certo che, avendo il nostro teologo spiegato che «il problema dei divorziati risposati è che l’adulterio, con l’aggravante del concubinato, è peccato mortale», con premesse del genere non è tanto facile sentirsi la coscienza tranquilla...
Qui comunque casca l’asino, perché il Concilio di Trento, nel Decreto sulla giustificazione (13.1.1547), al capitolo IX scrive che: «Come nessun uomo religioso deve dubitare della misericordia di Dio, dei meriti di Cristo, del valore e dell’efficacia dei sacramenti, così ciascuno, riflettendo su se stesso, sulla propria debolezza e disordine, ha motivo di temere e paventare del suo stato di grazia (de sua gratia formidare et timere potest); infatti nessuno può sapere con certezza di fede, libera da ogni possibilità di errore, di avere ottenuto la grazia di Dio (cum nullus scire valeat ... se gratiam Dei esse consecutum)» (D 1534).
Dunque, la valutazione di essere in grazia sarà una prudente e saggia probabilità che non può essere affidata alla sola riflessione della coscienza così come è descritto sopra. Perché se è vero che «il giudizio sullo stato di grazia ... spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza» (Ecclesia de Eucharistia, n. 37), vige il dovere non solo di consultare la propria coscienza, ma di formarla. Giovanni Paolo II nella Veritatis splendor (6.8.1993) legge nelle parole di Gesù sull’occhio lucerna del corpo «un invito a formare la coscienza, a renderla oggetto di continua conversione alla verità e al bene ... Un grande aiuto per la formazione della coscienza i cristiani l’hanno nella Chiesa e nel suo Magistero ... la libertà della coscienza non è mai libertà “dalla” verità ... il Magistero non porta alla coscienza cristiana verità ad essa estranee, bensì manifesta le verità che dovrebbe già possedere sviluppandole a partire dall’atto originario della fede» (n. 64).
Se poi un prete incontra dei divorziati risposati che gli pongono delle domande, non può accontentarsi di rispondere: «Guardatevi dentro. La vostra coscienza è a posto? Allora siete a posto anche di fronte a Dio!». Un prete - un teologo emerito! - deve illuminare la coscienza e senza il timore di “entrare in camera da letto”. Nel Nuovo Testamento il Battista ha rimproverato Erode per ragioni matrimoniali (Mt 14,3-12; Mc 6,17-19; Lc 3,19-20); Gesù è intervenuto su matrimonio, divorzio e continenza (Mt 5,32; 19,1-12; Mc 10,1-12; Lc 16,18); gli scritti apostolici sono intervenuti su incesto (1Cor 5,1ss.), santità del matrimonio (Eb 3,4), relazioni anche intime tra i coniugi e morale domestica (1Cor 7,1-16; Ef 5,21-33; Fil 3,18-21; 1Pt 3,1-7), condizione delle vergini (1Cor 7,25ss.) e delle vedove (1Tm 5,11-14), proponendo non solo la parola autorevole del Signore, ma «un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e merita fiducia» o un «mio parere» perché «credo infatti di avere anch’io lo Spirito di Dio» (1Cor 7,25.40). Dopo aver ricevuto simili parole attualizzate all’oggi, la coscienza di conviventi “irregolari” non potrà sentirsi tranquilla e “in grazia”: piuttosto comincerà a sentirsi “nella verità”.
Le proposte del teologo intervistato sembrano strade poco percorribili. Alla fine però, se possono sembrare normali evoluzioni e svolte del suo pensiero, è meno comprensibile come mai affermazioni del genere abbiano trovato ospitalità generosa e acritica su Avvenire. Non si può pensare a una distrazione, perché durante il Sinodo ciò che un giornale come Avvenire pubblica in argomento non può che essere attentamente vagliato. Bisogna dunque pensare a uno stile e a una scelta di parte abbastanza determinata, comportante disinvolte revisioni di un Magistero non solo antico, ma recente. Presupponendo poi una normale dose di prudenza (umana) per cui in genere non si rischia a vuoto, bisogna concludere che per ora chi opera tali scelte ha le spalle coperte. E a questo punto, sulle coperture e su quelli che ti aspettano per “farti fuori” quando qualcosa cambierà, viene in mente il consiglio dell’Imitazione di Cristo: «Non fare gran caso se uno è per te o contro di te, ma preoccupati piuttosto che Dio sia con te in tutto quel che fai» (II,2,1). Vero. Ma qui Dio da che parte sta?