Luigi C.
13-8-25
Talvolta, nelle scelte liturgiche, il desiderio di rendere il testo più breve o più scorrevole rischia di farne perdere il respiro teologico. Il rischio non è solo quello di impoverire un racconto, ma di modificarne la percezione, di alterarne la forza simbolica e perfino il messaggio. È il caso della prima lettura della solennità dell’Assunta, tratta dall’Apocalisse, dove il taglio operato dal lezionario appare non solo infelice, ma gravemente riduttivo.
Così la liturgia ci fa ascoltare:
«Si aprì il tempio di Dio nel cielo e apparve nel tempio l’arca della sua alleanza.
Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle.
Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto.
Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi;
la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra.
Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito.
Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono.
La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio.» (Ap 11,19a; 12,1-6a)
Se ci fermiamo qui, l’impressione che rimane è di una scena drammatica e incompiuta: la Donna, tradizionalmente letta come figura di Maria e insieme della Chiesa, appare quasi costretta a scappare davanti alla furia del drago. L’azione si chiude in una nota amara: il male incombe, la Madre si ritira. È un’immagine che, proclamata così, può insinuare nei fedeli un’idea distorta — quella di una Chiesa e di una Madre in posizione difensiva, che si allontanano dal mondo ostile quasi in segno di resa.
Ma ecco ciò che è stato tagliato: